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"L’impegno del fedele laico
nella Chiesa locale" di Orazio Nastasi
Quando mi fu proposto di parlare sul tema del nostro incontro, la mia mente
proiettò subito il pensiero su quanto l’insegnamento della Chiesa “esperta
in umanità”(Paolo VI) dice in proposito. E a questo in un primo momento mi
sono dato. Ma mentre riflettevo e andavo riscoprendo e verificando, cominciò
a farsi strada una maniera meno dottrinaria di affrontare l’argomento, ma
non per questo lontana da quanto la Chiesa insegna e dal cammino che essa ci
indica. Mi rendevo conto cioè che i capitoli sul tema dalla Gaudium et spes
all’esortazione apostolica Cristhifideles laici di Giovanni Paolo II alla
Deus Caritas est e alla Spe salvi di Benedetto XVI , e le lettere pastorali
dei vescovi, non ultima quella del nostro Mons. Calogero La Piana “Ad
immagine del Santo diventate Santi anche voi”, avevano un sapore magistrale,
ma mi trasmettevano anche una specie di inquietudine interiore, un senso di
amara constatazione delle mie grosse difficoltà di sentirmi ad un tempo
discepolo e testimone, e insieme il desiderio e la volontà di raccogliere la
sfida che i documenti ecclesiali mi proponevano come richiamo ed espressione
della Parola.
Nel suo scritto, Noi delle strade, Madeleine Delbrel, che il cardinale Carlo
Maria Martini ha definito «una delle più grandi mistiche del XX secolo»
afferma:” C’è gente che Dio prende e mette da parte. Ma ce n’è altra che
Egli lascia nella moltitudine, che non ritira dal mondo. È gente che fa un
lavoro ordinario, che ha una famiglia ordinaria o che vive un’ordinaria vita
da celibe. Gente che ha malattie ordinarie e lutti ordinari. Gente che ha
una casa ordinaria e vestiti ordinari. È la gente della vita ordinaria.
Gente che s’incontra in una qualsiasi strada. Noialtri, gente della strada,
crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo, dove
Dio ci ha messi, è per noi il luogo della nostra santità.”
Madeleine Delbrel era una cristiana comune in mezzo a gente comune, senza’altra
caratteristica che la fede nel Cristo Risorto prima rifiutata poi cercata,
quindi accettata e testimoniata. E la sua straordinarietà sta proprio
nell’ordinario con cui ella sapeva relazionarsi con gli altri,
nell’ordinario con cui riusciva ad operare per gli altri. Madeleine Delbrel
non era altri che una fedele laica che scelse di essere piccolo seme e
lievito, decidendo di farsi accoglienza e condivisione, dialogo e
testimonianza, speranza e carità, contro l’individualismo e l’egoismo e le
loro deleterie conseguenze. E la gente ordinaria di cui parla Madeleine
siamo noi fedeli laici, ciascuno di noi, sono io.
Il problema è se io riesco a ri-convertirmi annullando il mio individualismo
e lo strisciante secolarismo di cui sono vittima, ascoltando , una volta e
per tutte, la Parola di Dio rivelata nella Scrittura; se nell’accoglienza ho
anche la forza di spezzare il muro sempre risorgente del rifiuto, di
abbandonare la logica perversa dell’autosufficienza; se metto in essere la
disponibilità a riconciliarmi con ogni uomo, avendo a cuore il valore sommo
della sua persona; se riesco a farmi veramente piccolo seme e lievito,
gratuito testimone di fraternità evangelica nella missione del mio essere
cristiano. E come, in fine, io, fedele laico, devo relazionarmi con il mondo
delle Istituzioni, ovvero con la politica attraverso il mio impegno nella
Chiesa locale. Ma andiamo per ordine.
Tra le caratteristiche dell’uomo contemporaneo- ahimè proprio nell’Occidente
cristiano- è in atto da tempo ormai la disgregazione dell’io, l’avanzata del
razionalismo relativistico e del secolarismo, l’affermarsi prepotente del
soggettivismo, del permissivismo e dell’edonismo, e, nonostante una strana
richiesta di religiosità, che genera una specie di nomadismo spirituale,
l’affermarsi di una sempre più marcata marginalizzazione di Dio e della
Chiesa. Ci troviamo, insomma, di fronte ad un uomo che rappresenta una
novità nel panorama socio-culturale degli ultimi decenni e che affronta la
questione religiosa, e in particolare la fede cristiana, in maniera del
tutto inaspettata. Prima ancora, dunque, di pormi il problema del mio
impegno nella Chiesa locale, trovo giusto fare un’analisi dell’uomo cui vado
incontro e delle sue caratteristiche, del modo in cui egli pensa la fede se
la pensa, come la sente se la sente, come l’accetta se l’ha accettata, come
la vive se la vive.
Se mi soffermo, perciò, a considerare il carattere di quest’uomo e a
discernere quali sono le ragioni del suo atteggiamento di fronte alla fede
cristiana, devo pur dire che spesso mi trovo di fronte ad un individuo che
ha una visione della fede estremamente soggettivistica e individualista, se
non addirittura secolarista per il fatto che non si pone quasi più nemmeno
il problema di Dio. Mi pare che egli crede di potere decidere autonomamente
con licenza quello che vuole o quello che non vuole fare; è uno che non
sopporta alcuna regola di ordine morale o civile che sia, se questa non
proviene da ciò che egli solo considera giusto o ingiusto, reputandosi egli
stesso principio e fine del suo modo di pensare e di vivere la sua
esistenza. La sua vita appare visceralmente ancorata al presente: egli tende
a rigettare la memoria del passato o, cosa ancora più grave, se gli fa
comodo, a revisionarla per giustificare la novità del suo presente; non si
chiede del futuro perché vuole le mani libere da impegni a lungo termine.
Brucia il giorno come fosse un cerino nell’effimera fiducia che il domani
possa riservargli un’esistenza appena appena diversa, se non migliore.
Confida esclusivamente nella sua intelligenza e nella sua forza; perde di
mira proprio la fede cristiana che rigetta come importuna e pretenziosa
regolatrice della sua vita e, come il tempo andato, gli appare sorpassata,
così come sono sorpassate e svuotate di senso e di significato per lui oggi
le leggi morali e della convivenza civile che pur indirettamente dalla
Parola evangelica discendono. Gli appaiono arcaiche tutte quelle espressioni
di vita comune volute dal matrimonio e dalla famiglia, in quanto gli
impediscono la manifestazione libertaria e laicista della propria volontà,
rifiutando legami ed impegni che non siano immediatamente spendibili e che
non abbiano scadenze lontane nell’ipotetico futuro. E non solo. Se mi guardo
intorno e considero come da più parti si richieda una nuova attenzione ai
cosiddetti valori, questa attenzione mi pare solo apparente, perché non
posso fare a meno di notare che laddove si richiede sobrietà e disciplina,
sono propagandati, invece, i falsi bisogni e la loro subitanea
soddisfazione; laddove si grida alla difesa della famiglia, anche come
naturale elemento fondante ed equilibrato di una società equilibrata, si
riscontra una sempre maggiore difficoltà di aiutarla veramente; laddove si
avverte un nuovo e più serio modello educativo e formativo per le nuove
generazioni, si vedono gli esperti annaspare in riforme scolastiche
eccellenti sulla carta, ma di scadenti risultati nella formazione della
persona e del cittadino; laddove si reclama legalità e senso della giustizia
ci si scontra ogni giorno con il malaffare organizzato e non, con
l’ingiustizia anche della prepotente salvaguardia dei propri personali
interessi a danno del bene comune; laddove si lancia l’allarme per il
diritto e la difesa della vita, dalla nascita alla sua naturale conclusione,
incredibilmente si frappongono ostacoli di ordine economico e strutturale
perché essa venga almeno dignitosamente salvaguardata; laddove si richiama
alla volontà di ri-cercare e di ri-trovare quello che è definito il “gusto
di Dio”, si scopre, invece, che è in atto l’abdicazione a questa volontà di
ricerca e la diffusione dell’ateismo pratico e dell’indifferenza
religiosa,(i sociologi, che a questo problema si sono interessati, affermano
che quasi il 60% degli Italiani vivono nell’indifferenza religiosa), e la
diffusione del venire meno d’ogni forma di sussidiarietà e di solidarietà,
dell’affermarsi sempre più prepotente dell’ideologia del benessere materiale
ad ogni costo e della disgregazione della società in una somma di individui
tendenzialmente l’un contro l’altro armati in difesa del proprio utile
immediato o nella soddisfazione dei propri egoistici desideri. E se, infine,
aggiungiamo la questione del “pluralismo culturale” come conseguenza di una
società ormai multietnica, dobbiamo convenire che questa, a maggior misura,
“è la questione più radicale e più densa di conseguenze…..per il futuro
della fede cristiana nel nostro Paese”(come paventa il cardinale Ruini).
Se si considera, poi, il fatto che l’uomo contemporaneo soffre di dipendenza
dai media, e che anche per questo sta gradualmente regredendo dal punto di
vista culturale verso il cosiddetto “analfabetismo di ritorno” che ben si
coniuga all’analfabetismo spirituale, cui non sembra volere porre rimedio, e
che senza rendersene conto ha smesso di utilizzare il senso critico, si può
ben comprendere che egli si comporta, si atteggia, compie pseudo-scelte in
ossequio ai modelli mediatici, finendo così con l’essere pesantemente
condizionato in ogni espressione della sua esistenza. Non è forse vero che
egli viene esposto fin dalla più tenera età al pericolo dei media da
genitori culturalmente, moralmente, spiritualmente, affettivamente assenti?
Crescerà il fanciullo e diverrà un individuo plasmato ad immagine e
somiglianza del modello mediatico. La manipolazione della coscienza è già
avvenuta. Il fine dei persuasori occulti e dei loro padroni e dei gruppi
culturali di riferimento ha conseguito il trionfo, facendo diventare
l’individuo assente anche a se stesso.
Un nuovo tipo di dittatura quello dei media, che si lega in maniera perversa
alla dittatura del consumismo, che si esprime attraverso tutta una bene
orchestrata serie di subliminali violenze psicologiche fatte di falsi
bisogni e di falsi valori quali la ricerca frenetica del piacere e della
libertà sessuale, del successo e del potere, della ricchezza e del benessere
materiale, che bisogna conseguire a tutti i costi, anche attraverso la
violenza fisica più spietata. Con la conseguenza del venire meno dell’amore
per la vita e del moltiplicarsi dello sfruttamento della persona.
E il rumore dei media finisce anche con l’invadere il silenzio di cui l’uomo
avrebbe necessità per concedersi, quand’anche ne avvertisse appena il
bisogno, all’ascolto di Dio, facendolo fuori della sua vita. Perché io sono
stato riempito di parole, ma non sono stato educato ad ascoltare il
“silenzio di Dio”.
Voglio a questo punto ricordarvi, consentitemi una piccola forzatura, quanto
Benedetto XVI ha detto a circa “22mila adolescenti e seminaristi riuniti
nella spianata di Yonkers, un sobborgo popolare a nord di Manhattan, da lui
visitato sabato 19 u.s., al termine della sua seconda giornata a New York.
"I miei anni da teenager sono stati rovinati da un regime infausto che
pensava di possedere tutte le risposte; il suo influsso crebbe - penetrando
nelle scuole e negli organismi civili come anche nella politica e
addirittura nella religione - prima di essere pienamente riconosciuto per
quel mostro che era. Esso mise Dio al bando, e così diventò inaccessibile
per tutto ciò che era vero e buono. La droga, il razzismo, la violenza, la
povertà come anche il «pugno chiuso della repressione» e la manipolazione
delle coscienze sono poteri distruttivi, «tenebre»” (La Repubblica). O non
viviamo oggi un periodo di tenebre?
Lo possiamo costatare ogni giorno in famiglia, sul posto di lavoro, nelle
scuole, nel rapporto con le Istituzioni, per le strade più ordinarie dei
grandi e dei piccoli centri urbani come delle periferie, perché molto di
quanto ho detto, ed anche altro, badate bene, accade in Italia, nella nostra
regione, nella nostra città, nel nostro quartiere, nel nostro condominio.
Di fronte ad un quadro cosi negativamente articolato e connotato sorgono
spontanei parecchi interrogativi: io fedele laico che cosa posso fare qui ed
ora nella Chiesa locale più di quanto ho fino adesso fatto, se l’ho fatto?
Cosa devo fare di fronte alle vecchie e nuove povertà? E come dovrò
relazionarmi con gli immigrati regolari e no? Cosa potrò fare, ad esempio,
per dare maggiore dignità di vita e prospettive ai Rom della nostra città?
Dovrò forse comportarmi come vorrebbe il cardinale Tettamanzi a Milano, o
come si sono comportati quelli che hanno contestato e contestano la sua
presa di posizione in difesa dei Rom? E cosa fare perché scompaiano le
baracche di Messina che resistono, resistono, resistono a qualsiasi volontà
di risanamento e di miglioramento della qualità della vita per coloro che le
abitano? Che potrò fare perché certi quartieri di Messina non producano più
manovalanza per le organizzazioni criminose? Come posso attivarmi perché
fenomeni del cosiddetto bullismo non abbiano più ad accadere in città? Cosa
potrò fare per accogliere meglio chi vive nel bisogno e condividerlo con
lui? E cosa per evitare che ragazzi e giovani non cadano preda della droga e
dell’alcool? E che cosa perché nei prossimi cinque anni altri seimila
giovani non abbandonino la nostra città per il Nord, impoverendo ancor più
la nostra terra? E cosa fare per evitare che le famiglie vittime di
difficoltà affettive ed economiche non finiscano per produrre mostri al loro
interno? E potrei continuare nelle domande. Ma ritengo opportuno non
insistere né portarvi a documento analisi statistiche che altri hanno fatto
in maniera mirabile- e mi riferisco anche alla recente presentazione del
XVII Dossier statistico sull'Immigrazione della Caritas di Messina ed ad
altri documenti della stessa sulle problematiche cittadine.
E però, come avrete certamente notato, ho usato quasi sempre il verbo “fare”
perché il più delle volte si è bravissimi a progettare, ma meno bravi ad
operare. Perché le difficoltà, come si suole dire, si presentano quando
bisogna passare dal dire al fare. E la prima difficoltà sta nel fatto che di
fronte al processo di secolarizzazione, di cui prima ho parlato, appare
priorità assoluta ripensare il fine dell’evangelizzazione oggi. Certamente
ancora rivolta, come si dice, a gentes ovvero ai non battezzati, ma anche a
chi, pur battezzato, non è stato ancora evangelizzato o si è rinchiuso
nell’indifferenza religiosa. E logicamente se la mia azione missionaria si
svolge all’interno di una comunità che si dichiara cristiana, ma comunque
secolarizzata, va da sé che ci debba essere da parte della Chiesa locale un
ripensamento sulla pastorale ordinaria. Anche perché qui non si tratta di
portare l’annuncio del Vangelo ai non cristiani o ai fanciulli in via di
formazione, ma a gente già formata con una cultura più o meno strutturata,
che soffre di quella crisi di fede, di cui ho detto prima e che conduce
verso la scristianizzazione con le conseguenze di perdita di senso della
vita propria dell’uomo e del venir meno dei valori di ordine morale e
sociale e civile che causano il malessere nella nostra società. Come dice il
nostro Rettor Maggiore don Pasqual Chavez nella sua lectio magistralis
Educazione e cittadinanza “bisogna prendere atto che la ben nota formula
“onesti cittadini e buoni cristiani” è oggi da rifondare sul piano
antropologico e su quello teologico, è da reinterpretare storicamente e
politicamente. Una rinnovata antropologia dovrà individuare, tra i valori
della tradizione, quali siano da sottolineare nella società postmoderna e
quelli invece nuovi da proporre; una rinnovata riflessione teologica
preciserà i rapporti tra fede e politica, fra fedi diverse; una rinnovata
analisi storico-politica comporrà educazione e politica, educazione e
impegno sociale, politica e società civile”
E come coniugare nuova evangelizzazione con una nuova promozione umana e
sociale nella nostra città? Pure a questo è difficile rispondere. E tuttavia
bisogna. Anche perché, è inutile nascondercelo, noi cattolici, secondo
l’opinione pubblica, e al di là delle apparenze, viviamo una situazione di
marginalità all’interno della società. E tuttavia come dobbiamo vivere
questa marginalità? Dobbiamo imboccare la strada dell’amarezza e della
sfiducia, ovvero quella che ci spinge a leggere i segni dei tempi e a
discernere comunque, nel tempo presente, i segni della Provvidenza?
Nella lettera per l’anno pastorale in corso il nostro Arcivescovo Mons.
Calogero La Piana scrive (pagg.29-30): ” Dopo l’entusiasmante stagione dei
programmi pastorali si avverte il bisogno di passare dalla centralità dei
metodi pastorali (necessari) alla centralità della testimonianza, che
suppone la santità e la vita interiore”.
Così dopo avere ricordato l’affermazione di Paolo VI “L’uomo contemporaneo
ascolta più volentieri i testimoni che i maestri; o, se ascolta i maestri,
lo fa perché sono testimoni” mons. La Piana continua dicendo: ”Non è
sufficiente limitarsi a rinnovare i metodi pastorali o fermarsi ad
organizzare e coordinare meglio le forze ecclesiali. Non basta neppure il
semplice approfondimento delle basi bibliche e teologiche della fede [….].
Questa società reclama la presenza di cristiani che testimonino la forza e
la bellezza dei valori profondamente umani perché spirituali, che vivano la
ricca ed esaltante esperienza dell’incontro con il Risorto, che attestino la
centralità di Cristo nel servizio generoso e gioioso dei fratelli,
specialmente poveri e abbandonati. Cristiani capaci di aiutare a “vedere” e
“toccare” in certo qual modo quel Gesù che essi quotidianamente accolgono
nel loro cuore e nella loro vita.”
Se oggi, dunque, viviamo nella nostra città un’oggettiva situazione di
difficoltà, che tocca tutti gli aspetti del vivere morale, civile e sociale,
come ho fatto notare con la serie di interrogativi che ho posto, appare
necessario fare sì che non si perda la speranza del futuro. E per potere
andare incontro al tempo avvenire foriero di crescita e di speranze per il
tessuto sociale che compone la nostra città, non si può prescindere “da un
rinnovamento culturale, spirituale e morale delle persone, delle famiglie,
della vita sociale” (Giovanni Paolo II)
“Occorre perciò chinarsi con paziente magnanimità sulla nostra società
accettando l'umile missione di granello di senapa e di lievito e la poca
rilevanza del piccolo gregge. Ciò non significa che non lottiamo con tutte
le forze in favore della libertà della persona e per il bene comune della
città e della nazione, poiché crediamo nella forza irresistibile del seme e
dell'efficacia del lievito e siamo consapevoli di avere cose essenziali da
dire e da offrire per l'intera società.” ( cardinale C.M. Martini)
Perché se rimanessimo chiusi soltanto nell’ambito sociale e caritativo, si
potrebbe pensare che noi cattolici siamo cittadini dimezzati. E invece no.
Come leggiamo nel libro di Qoelet “C’è un tempo per tacere e un tempo per
parlare”.
Se per risolvere le questioni di carattere sociale ed economico che ci
affliggono e ci mortificano è necessario avere a che fare anche con la
politica, allora noi fedeli laici abbiamo il dovere di parlare e di
impegnarci affinché attraverso la politica, il cui servizio per un cristiano
è una delle più alte forme di carità, la nostra città e la nostra gente
possano vedere soddisfatte anche le giuste speranze di promozione sociale ed
umana.
A noi laici, insomma, è oggi affidato, all’interno della compagine sociale
della nostra città, un’esaltante impegno: fondare quella comunità di valori
su cui possa fondarsi, a sua volta, la trama di interessi culturali,
politici, morali, economici, comuni e propri di una società virtuosa; dando
vita anche ad una rinnovata antropologia e, sotto il Magistero della Chiesa
locale, ad una rinnovata riflessione teologica come dice il Rettor Maggiore.
Non bisogna nascondersi le difficoltà, perché ardui ed esigenti sono il
cammino e l’azione di un fedele laico, che comprende il portato della sua
missione all’interno della società di cui è parte non minoritaria e in cui
vuole farsi piccolo seme e lievito.
E per affrontare il difficile percorso, per animare con la nostra presenza
gli ambienti sociali di riferimento, noi fedeli laici però dobbiamo per
forza di cose: rivedere continuamente la nostra “formazione alla vita
spirituale, per crescere senza sosta nell’intimità con Cristo, nella
conformità alla volontà del Padre e nel servizio ai fratelli”; arricchire la
nostra “formazione dottrinale, come esigenza dell'approfondimento della
propria fede e della testimonianza che siamo chiamati a dare della nostra
speranza con convinzioni chiare e mature;(due i settori specifici: quello
della catechesi per approfondire i contenuti della fede e della esistenza
cristiana; quello della cultura per trasfondere il messaggio della fede nel
dialogo con gli altri); approfondire la nostra formazione sociale secondo
gli insegnamenti sociali della Chiesa, in un campo che è specifico per
l'intervento e la testimonianza dei laici; ed inoltre curare la formazione
ai valori umani nei quali dobbiamo offrire lo splendore delle virtù
evangeliche e dei valori che anche a livello umano sono apprezzati nella
società.”
Il risultato sarà il patrimonio di una “formazione integrale che unisce il
divino e l'umano, la fede e la cultura, la scienza e l'impegno” e che noi
avremo da spendere nell’ambiente sociale in cui viviamo ed operiamo.
Il fedele laico, pertanto, «non può mai chiudersi in se stesso, isolandosi
spiritualmente dalla comunità, ma deve vivere in un continuo scambio con gli
altri, con un vivo senso di fraternità, nella gioia di un’uguale dignità e
nell’impegno di far fruttificare insieme l’immenso tesoro ricevuto in
eredità. Lo Spirito del Signore dona a lui, come agli altri, molteplici
carismi; lo invita a differenti ministeri e incarichi; gli ricorda, come
anche lo ricorda agli altri in rapporto con lui, che tutto ciò che lo
distingue non è un di più di dignità, ma una speciale e complementare
abilitazione al servizio [...]. Così, i carismi, i ministeri, gli incarichi
e i servizi del fedele laico esistono nella comunione e per la comunione.
Sono ricchezze complementari a favore di tutti, sotto la saggia guida dei
pastori» Queste ultime sono parole che Giovanni Paolo II ha pronunciato
nell’Omelia per la chiusura della VII Assemblea Generale ordinaria del
Sinodo dei Vescovi il 30 ottobre del 1987, ventuno anni fa. Sembrano essere
state tuttavia pronunciate ventuno minuti fa, quando ho cominciato insieme
con voi questa riflessione. |
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